Donna selvaggia

Una donna selvaggia sa sempre cosa fare

Hai male al braccio? Subito dal pneumologo!

Due sere fa per la saga “ora d’aria”, sono uscita con la Tamy, sposata dai tempi della scuola con Orazio “Lo strazio”, un uomo che tra gli optional ha tutta una serie di fobie e ha l’hobby di sentirsi sull’orlo del trapasso almeno una volta la settimana. Quest’anno il destino ha deciso di affibbiargli qualche piccolo acciacco, cose che capitano a noi comuni mortali. Nel quadro della diagnosi fai da te, sua specialità, ha accusato “frequenti mal di testa” – due in due giorni diversi e lontani tra loro – ed è corso al pc cercando i sintomi della meningite. Per un’infezione urinaria, che equivale a lieve fastidio quando faceva pipì, si è fatto visitare da urologo, andrologo, specialisti contattati in tutta la regione e ha tentato un approccio a distanza con uno specialista americano che fortunatamente stava facendo i fatti suoi alle Hawaii con la famiglia e non gli ha risposto. Per la verruca sul braccio, pareva già pronto alla prenotazione dell’intervento chirurgico per l’amputazione dell’arto quando il dermatologo gli ha detto che bastava bruciarla e sarebbe stato tutto a posto, mentre per l’orzaiolo nell’occhio ha prenotato una visita in clinica specializzata in patologie oculari, con sorriso di compatimento della dottoressa e lo sconto volontario della stessa sulla parcella. (Onesta) Il top però l’ha raggiunto poco prima di Natale. Appena terminato il trasloco. A cosa mai sarà dovuto il male alle spalle, uno si chiede? Forse al carico e scarico di scatoloni, armadi, mobili, vestiti e cianfrusaglie varie?! Impossibile! C’è qualcosa di grave sotto, sicuramente! E il becero a chi s’affida? A nientepopodimeno che al pneumologo, ripeto PNEUMOLOGO, più rinomato del paese, uno dell’equipe di Veronesi. Mica all’ultimo dei patacca. Questo dopo aver incassato l’equivalente del mio stipendio per una visita di due minuti e per fargli dire “trentatrè” 3 volte, gli ha consigliato una vita più tranquilla. Ma uno psicologo no?!

 

Baci pratici

Me ne stavo bel bella davanti alla tv, in mano una confezione di cioccolatini, regalo di un fidatissimo amico che sa che sto nel periodo Nutella – le adepte di Bridget Jones sanno cosa voglio dire – e mi son detta: “Scartiamo un po’ questo bel Bacio Perugina, chissà che non ci sia un pensierino romantico”. Per la serie, diamoci una badilata nei denti da sole, perché uno che pronuncia la frase “Il bacio è un apostrofo rosa…” lo devo ancora incontrare, ho scartato il cioccolatino, me lo sono messo tutto in bocca come Oxford insegna e ho sbirciato nel bigliettino. Tra un po’ la mandorla mi finisce di traverso e muoio strozzata. Vedevo già i titoli: “Piadinara soffocata da un bacio…” Sul bigliettino c’era scritto: “Affronta la vita con leggerezza e volerai più in alto”. Allora, caro il mio signor Perugina. Già non è un bel periodo, già vengo dalle festività e ne porto tutti i segni e la mia bilancia te lo può confermare. Scarto un cioccolatino che minimo ha 350 calorie per grammo, me lo sono già mangiata e tu mi parli di leggerezza? Ma mica il bigliettino stava in una confezione di cracker integrali o di barrette energetiche? Non paga, ne ho scartato (e mangiato) un secondo, ma più per la curiosità di leggere il biglietto: “Fatti una sorpresa”. Ma che è?! Sono impazziti?! Dov’è la romanticheria di una volta? Un tempo c’erano frasi che non sapevi se il diabete dovessi prenderlo dal cioccolatino o dal biglietto, ma almeno erano d’autore e c’era un che di tenero, sapevano d’amore, sprizzavano sdolcinatezza da ogni stellina. Ma vi immaginate per San Valentino i due fidanzatini che si regalano reciprocamente i Baci Perugina che ci possono trovare dentro? Frasi del tipo: “Copriti bene d’inverno perché fa freddo” oppure “Allacciati le scarpe che rischi di inciampare”. Non bastavano le perle di saggezza sugli assorbenti, mo’ pure dentro i Baci Perugina. Tra un po’ il libretto di istruzioni del frullatore lo troviamo nell’uovo di Pasqua.

 

Il principe… rosa

Forse aveva ragione il caro buon vecchio Cesare Cremonini quando cantava che uomini e donne sono uguali. Era già avanti. Lui e la sua Vespetta Special. Eravamo noi che non l’avevamo capito. E’ tutta una questione di guardaroba. E di colori. Una volta c’erano i colori da maschietto e quelli da femminuccia. Due mondi distinti. E poi i colori che andavano bene per l’uno e per l’altro. Le vie di mezzo. Il blu e l’azzurro erano i colori dei maschietti. Il rosa era per le femminucce. E fin lì non ci pioveva. Poi c’erano i genitori che non volevano sapere fino all’ultimo il sesso del nascituro e optavano per il giallo che, non si sa in quale ora, né in quale giorno, è stato designato per diventare un colore di mezzo. Che andava bene sia per il maschio che per la femmina. C’erano delle certezze insomma che ti permettevano anche di evitare figure barbine in caso di bambinetti con la zazzera un po’ troppo lunga. Vedevi la magliettina azzurra e sapevi che dietro a quella frangetta ed a quel boccolo genere Shirley Temple si nascondeva un bel bimbetto. Il Salvalafaccia Beghelli era servito. Provate a guardarvi intorno adesso. Un mischione di colori, fogge, vestiti. Non si capisce più niente. L’altro giorno entro in un bar a prendere un caffè. Arriva un tronco di pino di quelli col pelo ispido, un omaccione genere Kabir Bedi col suo popò di barbone lungo in versione Sandokan, gli mancava al fianco solo il fidato Yanez e il quadretto era completo. Mi sentivo già molto Perla di Labuan quando da sotto il paltò è spuntato un pulloverino rosa e la libido m’è scesa alle caviglie, a livello gambaletto. E allora il mio neurone ha avuto un sussulto: vuoi vedere che il principe dei nostri sogni oltre ad esser sceso da cavallo, vivere in casa con mammà, ruba i maglioni a sua sorella?

 

Il presepe meltin pot

E cosa ci possiamo fare? Siamo in clima natalizio e di doni e presepi e abeti vien da parlare. Non voglio demolire lo spirito natalizio, ci mancherebbe. Voglio dire, io ero una di quelle che passava la notte della Vigilia a fare le imboscate a Babbo Natale, seduta sul pianerottolo. Ma mica per abbracciarlo e ringraziarlo per i regali. Altroché. Ero abbastanza incacchiata con lui e fondamentalmente lo sono ancora. Gli avevo chiesto Barbie Lucedistelle e m’aveva portato Barbie Hawaii. Un’altra stagione del cuore, vuoi mettere. Volevo capire cos’era andato storto nella comunicazione con lui, ecco tutto, e controllare se per caso il mio regaluccio fosse stato destinato a qualcun’altra. Insomma son sempre stata una zanzarina rompiballe. Che poi m’addormentavo sul pianerottolo e il Babbone faceva i comodi suoi. E vabbè. No, dicevamo, ah ecco. Il Presepe. Simbolo di Natività. La capanna, la sacra famiglia. Guardate per curiosità a casa dei vostri amici. Quello della Silla, per esempio. E’ molto “meltin pot”. Sembra più un party tra sorpresine dell’Ovino Kinder, Puffi e Transformers, con un Paciocchino al posto del bambinello e Ken e Barbie al posto di Beppe e Mary. Lei dice che in tempo di austerity tocca tagliare anche sulle statuine. Capisco. Fortuna che per il bue e l’asinello non ha preso i Teletubbies.

 

Leave me alone

Forse sì, forse è giunto il momento di chiudere la porta. Lui continua a cercarmi, continua a coltivare quella confusione che se per me è destabilizzante, per lui è la certezza di avermi ancora in pugno, di sapere esattamente che sono lì, a sua disposizione. E invece è ora di scrollarsi da lui, di dare lo strappo finale alla situazione che così com’è fa stare male sicuramente e forse soltanto me. Lui non sa cosa fare, ma ciò non significa dover per forza decidere. Lui nella confusione si sente confortato. Confortato dall’avere salvo tutto ciò che vuole. La vita da giovane libero e l’amica che sta al suo fianco e cui confida le sue avventure e le sue malinconie. Io non sono il suo confessore, né lo voglio diventare oggi. Se vuole sarò la sua compagna, ma dato che lui non decide mai, neppure per ciò che ritiene così importante e prezioso – tanto che è disposto a perdermi – allora l’ennesimo taglio sarò io a darlo. Tanto ormai ci ho fatto il callo.

Pietà per Babbo Natale

Vi prego. VE. NE. PREGO. Ve lo chiedo col cuore. Abbiate pietà di lui. Questo Natale, quel povero vecchietto vestito di rosso, lasciatelo campare sereno. Mi rivolgo alle maniache degli addobbi. A quelle che il giorno dell’Immacolata si fiondano in soffitta, arraffano scatoloni e scatolette, si armano di fiocchi, palle di vetro, candele e li disseminano in ogni parte della casa. Non c’è angolo, appiglio, cassetto, mobile, supporto o persona che non venga addobbata a dovere da queste malate dalla febbre del Natale. Sono quelle che hanno un cassetto con la biancheria per la casa ad hoc per il periodo: con la parure di asciugamani, tovaglie, fazzolettini, persino pigiami e federe per il letto, che mettono a dormire il marito addobbato pure lui come una renna, con tutto un lavoro davanti nel pigiama tra abeti, pacchetti e stelle di Natale. Ecco, a voi maniache dell’addobbo, che andate in estasi in questo periodo perché vi potete sbizzarrire con presepi e presepini, con specchietti a mo’ di laghi e muschio per fare l’erbetta, proprio a voi mi rivolgo. Se è vero che per Natale bisogna aiutare il prossimo e preoccuparsi per gli altri, fate un fioretto: quei poveri Babbi Natale appesi come dei salami fuori dalle finestre, tipo arrampicatori, tirateli dentro. Sono anni che viene inflitta loro questa penitenza. I bambini del 2010 penseranno che Babbo Natale passi dal terrazzo anziché dal camino, ormai.

 

Imbefaniamoci

Care le mie giovanotte spaiate, qua le primavere passano, le rughe aumentano, ci imbefaniamo sempre di più e i gioielli di famiglia scendono a livello caviglie. Ieri era il compleanno della Bibi, la Barbarella. 45 anni e sentirne 65. Befana di prim’ordine che non si rassegna all’idea di essere sola come un manico di scopa e che non guarda in faccia e neppure sulla carta d’identità di nessuno. La sua tecnica è la pesca alla tratta. Lancia le reti e prende su quel che capita: sassi, scarponi, scorfani e pure qualche rarissimo cefalotto. In un range d’età che varia tra i 18 ed i 70 anni. Come i giochi di società, è una sorta di Trivial Pursuit del sesso, in minigonna e tacco 13. Ciò nonostante, non cessa di essere esigente e di far selezione. Si mette lì, come una brava azdora e fa le pulci a questo e a quello, fa la cernita. Lei non chiede il nome ai corteggiatori, ma professione e reddito annuo, poi fa due conti e vede se ha senso approfondire la conoscenza… il che significa, dichiarare generalità. Ed è ben evidente con chi abbia approfondito, già a guardarla: la tresca con il proprietario di un beauty center le ha donato un colorito brunito perenne stile Cortina d’Ampezzo 1980, dente bianco laccato grazie al flirt con un esperto di protesi dentarie, quarta di seno, regalo del Gigi, un dutur milanès che ogni 5 anni le fa tagliando e revisione. Come alla Panda.

 

L’uomo cocorita

Care le mie principesse sul pisello, dobbiamo farcene una ragione. Ingollare litri di Malox e digerire questa scomoda verità. I tempi son cambiati. Il mito dell’uomo rude, quel David di Donatello tutto d’un pezzo, s’è frantumato. Ha appeso la tuta blu da meccanico, con quelle belle patacche di unto che lo facevano tanto sexy, e s’è accomodato sul trono. E si fa corteggiare. Se ne sta lì, appollaiato come una cocorita sul divanetto scamosciato a guardare delle smandrappate che se ne dicono di santa ragione, pur di accaparrarselo. E lui le osserva compiaciuto. Guarda ste decerebrate che si scornano per lui. E le infamate che si scambiano queste donzelle – alcune così giovani, che in camerino, al posto della trousse per i trucchi, hanno la cartella delle Winx – tra un accavallamento e l’altro di gamba, farebbero sbiancare anche lo scaricatore di porto che frequenta i peggiori bar di Caracas. “Ti scheggio il french!”, “Ti costringo ad indossare le ballerine di Zanotti, collezione 2008-2009”, tutto magari per un’occhiatina o una limonata di troppo. Minacce così truci, che Riina in confronto pare un venditore di caramelle. Ma care le mie civette sul comò, posate un secondo l’eyeliner e riflettete: se cercate qualcuno che stia su un trespolo, pigliatevi un inseparabile. Tra il congiuntivo del tronista che stride, ed il verso del pappagallino, non noterete la differenza.

 

Paris e le scarpe

La Paris sì che è avanti. La Hilton, quella che batte le ciglia e guadagna miliardi di dollari e ha pure le catene degli alberghi col suo nome. Quella che per non mettere in difficoltà il suo unico neurone s’era trovata un fidanzato che si chiamava esattamente come lei. Ebbene, questa biondona di 32 chili bagnati ne sa una più del diavolo. Mettiamo il caso che si debba comprare un paio di scarpe. Lei mica sta tanto a guardare il numero. Chessò le piacciono un paio di scarpine tacco 22 numero 35, lei che ha un fettone 40? Chissene frega, se le compra e poi si raggomitola le dita dei piedi, tipo zoccolo di gnu, ci dà un giro di chiave come si fa con le scatolette delle sardine. Et voilà ecco il piedino di Cenerentola. Vede un paio di stivali alla coscia numero 45? Ottimo, trovato il posto per tenere la carta di credito e il cellulare. Tra l’alluce e l’indice del piede. E che sarà mai. Se penso che io devo lottare con la mia cuginetta dodicenne per accaparrarmi le Lelli Kelly, dal momento che il 34 e il 35 non li fanno da adulti, mi viene male. Mi rivolgo ai signur che lavorano il cuoio e fanno le scarpe a noi belle Gigogin: con quel che vi avanza dopo aver fatto i 43, i 45 e dei 47 che più che scarpe sembrano le pinne di Andrea Pellizzari, non è che potete fare delle scarpucce decenti anche per noi trentenni? Alla mia età, le ballerine della Barbie con la giacca gessata, destano qualche preoccupazione.

 

Ricominciamo dalle erbe

E siamo ancora qui. Con la nostra carriolata di delusioni provenienti da quei clisteri ambulanti chiamati uomini. Impantanate in una valle di Comacchio di lacrime, ma senza anguille, che neanche Bertolaso in assetto antialluvione ci può salvare. La Sally si sta sfondando di Mars ed al posto del lucidalabbra usa il mou degli snack. Si è ripromessa di reagire alla sua depressione solo quando avrà battuto il suo record personale: 22 confezioni di Mars ingurgitate in un tempo massimo di mezz’ora. E si sta applicando come se volesse entrare nel Guinness World Record, notte e dì. Anche la Romy ha voltato pagina dopo la fine della sua ultima storia con un balengo di Gattolino che sogna di diventare il batterista dei Red Hot Chili Pepper, ma per il momento, l’unica cosa che è riuscito a suonare sono i campanelli delle case, quando consegna il kebab a domicilio. E’ diventata vegetariana, lei che mangiava bistecche alla Fred Flinstones, grandi come cosce di brontosauro. Ora, il massimo della libidine è ciucciare coste di sedano bollite. Si è fatta i dredd ai capelli e vive secondo i ritmi della natura: praticamente da quando è cambiato l’orario va a dormire alle 17 del pomeriggio dovendo sistematicamente prendere permessi dal lavoro. Ma lei è contenta così: dice che deve purificare il suo karma dalla negatività ed eliminare le scorie. E quella bietola del suo ex è una scoria di ben 110 chili. Praticamente è un grosso calcolo renale. Le ho suggerito la soluzione, sì, la Schuum per depurarsi. Tanto pure lì, ci son le erbe.

E alla fine sono tornata a casa

E il taglione, la parola fine, per prima sono stata io a pronunciarla. Lui non ce la faceva, lui con quel suo ripetere che un’altra come me non la troverà mai, ma che è disposto – a questo punto – a perdermi. Lui che mi dice che si sente come un bambino, che vuole tutto per sé, anche ciò che contrasta con quel che già ha e che in qualche modo ne offusca il valore. Beh, il valore. Forse non lo conosce neppure, ecco perché è disposto a perdermi. E sono di nuovo qui, coi gomiti alti a cercare di difendermi. E mi chiedo il perchè di tutto questo. Il perché sia così difficile scegliere, scegliere me. Mi chiedo come si possa amare una persona ed essere costretti a dire basta perché l’altra quella parola non vuole pronunciarla. Ti pugnala due volte, ti uccide due volte. Perchè ti costringe a fare ciò che non vuoi. Vuole essere stronzo, tenerti lontano, ma allo stesso tempo ha voglia di stare con te, vuole il suo spazio, le sue avventure, ma vorrebbe potersi voltare e vedere che io sono lì. Un’isola sulla quale naufragare quando ha bisogno, quando sente che gli mancano le certezze ed ha bisogno di un consiglio. Mi fa male. Mi fa male sapere che c’è, che esiste e respira la mia stessa aria, che dedica quello stesso sguardo a qualcun’altra, che le fa ascoltare le nostre stesse canzoni, che ripete quei gesti ai quali noi eravamo affezionati. E’ un’emerita cavolata pensare che non troverà nessuna come me. Magari sì, non sarà come me, ma se proprio ero così introvabile, così rara, sarebbe rimasto al mio fianco, e invece se n’è andato. Non troverà un’altra come me, se ne renderà certo conto, ma il mio posto non resterà vuoto e quel valore che mi attribuiva, svanirà molto presto. Uno slancio di altruismo – “per come sono oggi, ti farei soffrire e tu non te lo meriti” – quindi se ne va. Grazie. Grazie per l’ennesima ipocrita frasetta che chiude la bocca alla coscenza, che mette una bella ciliegina sulla torta della banalità. Come dire “non è colpa tua, è solo colpa mia”. Grazie, no. Non voglio questo. Ti ho aperto il cuore, ti ho offerto di camminare con me in questo mare di merda che la vita ogni giorno ci tira addosso, stando al mio fianco, non ti ho chiesto di aiutarmi, ma di starmi accanto, me la sgavagno da sola come ho sempre fatto, perché lo sai anche tu che sono una tipa tosta e non mollo, ma non prendermi in giro con queste cose, sono queste che non mi merito. Mi ringrazi per averti sopportato, come se fossi un compagno di banco e non un compagno di vita. Nulla era dovuto, ma non l’hai capito neppure questa volta, dopo 6 anni insieme, non hai capito che non c’era sopportazione, c’era amore. La stessa differenza che oggi c’è tra lo stare con me ed il guardare fuori dalla gabbia che rappresenta il nostro rapporto per te. Tu sopporti il rapporto, non lo vivi come una scelta. Ecco perché é finita. Non hai mai scelto e alla fine non hai retto. Io ho scelto. Ti ho scelto. Ero io la prima a volerti solo come amico, passavamo sere a discutere di questa cosa e ci chiedevamo cosa sarebbe successo se ci fossimo messi insieme e poi lasciati. Ricordo il dispiacere, quando si prospettava l’idea che ci saremmo persi. Ed ora, eccoci qua. Persi. Persi ma coscenti del fatto che non c’è motivo per stare divisi, solo una fissazione. La tua. Il tuo volere tutto, il tuo voler fare indigestione senza differenze. “Quando ti dico che io non mi sento all’altezza di stare con te, – mi hai scritto – non è perchè mi sento inferiore a te come persona, ma perchè sento di non poterti dare quello che tu meriteresti. Tu sei davvero una ragazza speciale di quelle che ce ne sono poche, hai dei valori, sei sensibile, intelligente, generosa. Beh, il lato amico che è in me vorrebbe vederti felice, insieme ad una persona che riesca a darti tutte le soddisfazione che desideri, una famiglia, una casa, le vacanze, i figli, una stabilità affettiva ed economica. Io non sono così, io ogni tanto ho le mie “crisi egoistiche” e finirei col farti soffrire, lo so già.” La parte più razionale di me avrebbe voluto picchiarti dopo questa frase. Vaffanculo, ecco cosa ti dico.

Buon Samaritano di sto par di palle!

Ascoltami

Avevo bisogno di sfogarmi un po’ e rieccomi qua. Esattamente ad un anno di distanza. Che strana sensazione. E’ un pensiero quasi avvilente quello che mi arriva, se non altro perché a ben guardarci, a distanza di un anno in fin dei conti non è cambiato alcunché. Forse c’è una rughetta in più, ok ho smesso di fumare – in realtà è stato a settembre 2009 e grazie ad un libro che non volevo leggere – ma in me non c’è mutazione. Sempre le stesse parole che, ciclicamente, tornano a scivolare su questa tastiera ed a finire nero su bianco come l’ennesimo lamento. Perché è vero, alla fine gira e frulla i periodi della vita sono come le stagioni, destinati a ripetersi. Ed eccomi di nuovo qui. A imbrattare questo foglio virtuale coi miei lamenti, come una lupa che ulula alla luna e che le consegna in qualche modo i suoi pensieri, come fosse una custode silenziosa. Perché in fin dei conti è proprio questo che serve nella vita. Ad ogni età, in ogni fase della nostra esistenza: qualcuno che abbia voglia di ascoltarci. Di dare magari anche una lettura diversa a ciò che viviamo tutti i giorni, quell’attenzione che se non fosse proprio per gli altri, certi fatti non avrebbero, ma scivolerebbero altrove, nei cassetti, nel dimenticatoio. Quante volte si raccontano storie ai propri interlocutori, sapendo che al termine questi rideranno: ed è proprio questo il motivo che tante volte ci porta proprio a raccontarle. Parlare, raccontare, aprirsi, dà la possibilità di donare alle cose, ai fatti, il loro peso, di ridimensionarle in qualche modo, perché seppur si tratti solo di ascolto, in quel momento c’è un’altra persona che anche se indirettamente vive le nostre sensazioni, le con-divide, quindi ne divide con noi il peso. Abbiamo bisogno di aprirci con gli altri. Ho bisogno di parlare di me, ho bisogno di raccontare ciò che mi turba e che non mi fa dormire. E fa male quando dall’altra parte c’è solo indifferenza, c’è quel senso di superiorità, come se le cose accadute a me fossero stupidaggini, tali da permettere l’interruzione o lo “sbuffo” di impazienza. Non so, è un periodo così. Sento che dall’altra parte non c’è l’ascolto, non arriva amore, né la voglia di condividere. Solo un camminare, andando avanti senza voltarsi o, peggio, fermarsi a riflettere. Si va avanti e passano i giorni. Vorrei scendere, ma poi mi chiedo, perché debba essere io a tirare il freno d’emergenza, io che so cosa voglio, so che è lui che voglio, quando dovrebbe essere lui a voler scendere, spinto dall’indecisione e dalla confusione. E invece no, ha paura di perdermi – “so che sei la persona giusta per me, quella perfetta e ho paura che ti portino via”, continua a ripeterme  – però al contempo non sa cosa prova, non sa se è ancora innamorato di me. E intanto va avanti. Non ce la faccio più, ho tentato di tagliare i fili che ci tengono legati, ma no, non si può. Lui non vuole. Ed io, in questo limbo, mi chiedo quanto ancora riuscirò ad arginare il dolore che mi preme sulla bocca dello stomaco. Che fa sì che gli occhi comincino a piangere senza motivo. Che fa sì che ogni momento trascorso con lui, abbia l’amaro sapore dell’incompletezza. Con quel “ti amo” che non trova risposta.

Ripasserò piena di speranze, con un cassetto di desideri che torna a riempirsi e nuovi racconti per imbrattare queste pagine. In fondo io sono sempre io, con i miei alti e bassi, come le alte e le basse maree che quando arrivano coprono o scoprono i dettagli di me.

In fin dei conti, c’è più di me in queste pagine che nel suono della mia voce o nelle parole che sussurro al vento.

E’ da tanto tempo che non mi rifugio su di uno scoglio e urlo quello che ho dentro.

Let it be

Oggi canto Baroni, quelle canzoni che quando ti tornano in mente, in qualche modo smuovono quella puntina in fondo allo stomaco che torna a pungere. Mi investe una strana irrequietezza, un calore provato poche volte e mi si stampa sulla faccia un sorriso. E’ il sorriso di chi ha vissuto qualcosa di bello, di chi passo dopo passo è cresciuto ed oggi vede che le scelte che ha fatto, in qualche modo ripagano. Ed a quel sorriso non può non seguirne un altro che risponde come fosse una volée, agli schiaffi presi tanto tempo fa. Poi mi dico che quell’alzata di spalle, quella frase buttata là, il Let it be di Paul McCartney alla fin fine aveva il suo perchè, solo che allora, tanto tempo fa, non lo potevo capire.

Oggi sì.

In silenzio

La solitudine in questo periodo è la mia più grande amica. Quel luogo silenzioso, fatto di pensieri e musica, che mi culla, che mi tranquillizza, in cui riesco a mettere in fila tutti i ragionamenti non solo della giornata, ma forse, dell’intera vita. Dubbi ed incertezze che costellano il mio tempo e tra le quali mi barcameno come posso. Non credo a chi ha le ricette pronte in tasca, a chi mi dice “Fai così e vedrai che ogni cosa va al suo posto”, non concepisco un mondo che vada a posto da solo, senza che io possa metterci mano o l’accettazione incondizionata degli eventi. Non è vivere, è galleggiare in un mare che talvolta ti culla e talaltra ti travolge. E allora ci rimugino su, su quella fiducia che se n’è andata ed ora latita, su quei dubbi che continuano a riaffacciarsi all’orizzonte…

Auguri!

Già che passo da ste parti, cari amici vicini e lontani

Tanti auguri di Buone Feste

e che sia un Natale ed un Nuovo Anno

ricco di serenità e di sogni che si avverano

In cammino

Ho riletto qualche post qua e là.

Mi è scesa una lacrima. Furtiva, solitaria. Sincera.

Forse non sono andata tanto lontana da allora…

Ci sono ancora canzoni che mi fanno battere il cuore, che mi commuovono.

Non tutti i cassetti possono essere chiusi.

Quante cose non sai…

Quante cose che non sai di me e che tengo chiuse qui dentro, nel cuore, che non saprai mai perchè sono solo mie. Le sto scoprendo anch’io, piano piano, mentre divento grande ed avanzo a testa alta nella vita. Di altre sto cercando di dimenticarmi, di metterci un pietrone sopra, ma non sempre è facile, specie quando sono legate con un filo stretto stretto ai momenti che oggi, che sono nel mio presente. E allora scivolo come sul ghiaccio in una specie di buco della memoria, che mi riporta indietro. Le pareti sono scivolose ed irte di spine, fatico a risalire, ma con le mani insanguinate pian piano torno su, rivedo la luce e con essa, la mia vita di oggi. Che mi piace, che mi fa sentire piena, piena di entusiasmo. Guardo il cielo azzurro e penso che un raggio di sole, dopo tante nubi, aspetta me, è tutto per me e mi scalda il cuore. Mi arrabatto come posso in questa vita che poco regala, che è avida di momenti sereni e nella quale non sempre una discesa segue ad una salita. Ci sono percorsi pieni di difficoltà, in cui ci si sente sopraffatti dalla stanchezza, dalla fatica, ci si vorrebbe arrendere, ma non è possibile. Non si può tornare indietro. Le scelte fatte, le decisioni assunte, sono già effetto, sono già conseguenza. La responsabilità è la mia. E per quello che ho fatto, giusto o sbagliato che sia, devo andare avanti, con serena speranza che qualcosa di buono arriverà anche per me. Con te non parlo molto del mio mondo. Mi riempio le orecchie dei tuoi racconti, della tua voce, del tuo entusiasmo, per non ascoltare i miei pensieri, per non lasciarmi prendere dallo sconforto se mi abbandono all’idea che è giunto il momento di cambiare, di fare un salto nel vuoto, come non ho mai fatto. Ho sempre misurato col bilancino le conseguenze delle mie azioni, ho assunto responsabilmente il rischio di ogni mia azione, ma questa volta non so cosa comporteranno le mie scelte, mi chiedo se ce la farò da sola, come ho sempre fatto. E tu lo sai che mi è difficile chiedere aiuto, voglio sempre fare da sola. Non voglio che gli altri si preoccupino per me. Lo sai, sono fatta così. Forse è solo paura la mia. Non sono spalle larghe le mie, ma spalle curve che temono di non trovare aiuto, allorquando lo chiederò. Ecco perchè faccio sempre da me. Ho paura di ricevere un no che suonerebbe come un nuovo ostacolo, un problema in più. Mi basto da sola come problema.

E non ho neppure imparato a risolvermi da sola.

Rifugiarsi qui

Già. Ormai di qua non passo più, se non dando una scorsa ipermegavelocissima, giusto per controllare se vi siano commenti o messaggi vari. E dire che qualche tempo fa questo era il mio rifugio, il mio nascondiglio segreto – logico, segreto fino a un certo punto – però qui mi sentivo libera di esternare i miei sentimenti, di fissare su di un foglio virtuale quello che mi aveva colpito durante la giornata oppure quello che mi aveva turbato, i miei pensieri disordinati che chiedevano solo di essere ascoltati.

Ecco, forse un po’ tutto questo mi manca. Mi manca il potermi guardare intorno con la lentezza di chi può permettersi di prendere tempo, di astenersi dal guardare l’orologio. Ora che questo non c’è, mi manca e allora mi rituffo in ciò che ho scritto, forse agognando un po’ di quello stupore, di quell’entusiasmo che rendeva “da scrivere” e, dunque, da ricordare, bloccando tutto come in una sorta di istantanea, tutto quel che avevo intorno.

Corro, sempre, in continuazione e, se e quando mi fermo, sono talmente stanca che fatico anche solo a sedermi a tavola per mangiare. Temo in questo di inaridirmi, di diventare una sorta di automa che esegue compiti in automatico, talmente abituato a svolgere le sue mansioni, da dimenticarsi di se stesso e dei propri desideri.

Tante volte mi sono sentita rispondere “no, non mi va” oppure “no, non ne ho voglia”. Prendi su e porta a casa. Quel no che sega a metà l’entusiasmo di una proposta, la voglia di condividere con qualcuno un’esperienza. E mi sono sempre adeguata a quel no, di chi decideva per se stesso e per me. Ho delegato le mie scelte, legandole ai desideri degli altri. Ed ho smesso di ascoltare i miei. Mi vien da sorridere ora, perchè penso a quelle bimbe alle quali viene chiesto cosa vogliano fare da grandi. Ebbene, io che grande non sono, o forse che quel “grande” non arriverà mai, non saprei cosa rispondere a quella domanda. Sono diventata qualcosa o no? Oppure, anche in questo caso, ho lasciato che qualcun altro o semplicemente gli eventi decidessero per me? Probabilmente il fatto stesso che mi ponga questa domanda, è un piccolo passo verso la ricerca di una risposta che ancora non ho per le mani.

Ma ci sto arrivando. Ora è il mio tempo.

Bei ricordi…

Noi che la penitenza era ‘dire fare baciare lettera testamento.

Noi che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il piede cresceva.
Noi che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la bici era il più figo.
Noi che il Ciao si accendeva pedalando.
Noi che suonavamo al campanello per chiedere se c’era l’amico in casa.
Noi che dopo la prima partita c’era la rivincita, e poi la bella, e poi la bella della bella. E poi ‘chi vince questa, vince tutto!’
Noi che giocavamo a ‘Indovina Chi?’ e conoscevamo tutti i personaggi a memoria.
Noi che giocavamo a Forza 4.
Noi che giocavamo a nomi, cose, animali, città.. (e la città con la D era sempre Domodossola).
Noi che ci mancavano sempre quattro figurine per finire l’album Panini.
Noi che avevamo il ‘nascondiglio segreto’ con il ‘passaggio segreto’.
Noi che giocavamo a ‘Merda’ con le carte.
Noi che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci toccava riavvolgere il nastro con la bic.
Noi che avevamo i cartoni animati belli!!
Noi che ‘Si ma Julian Ross se solo non fosse malato di cuore sarebbe piu forte di Holly e Mark Lenders…’.
Noi che guardavamo ‘La Casa Nella Prateria’,'Candy Candy’ e ‘Giorgie’anche se mettevano tristezza.
Noi che le barzellette erano Pierino, il fantasma formaggino o un francese,un tedesco e un italiano.
Noi che ci emozionavamo per un bacio su una guancia.
Noi che si andava in cabina a telefonare.
Noi che c’era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto.
Noi che non era Natale se alla tv non vedevamo la pubblicità della CocaCola con l’albero.
Noi che se guardavamo tutto il film delle 20:30 eravamo andati a dormire tardissimo.
Noi che suonavamo ai campanelli e poi scappavamo.
Noi che ci sbucciavamo il ginocchio, ci mettevamo il mercuro cromo, e più era rosso più eri figo.
Noi che nelle foto delle gite facevamo le corna e eravamo sempre sorridenti.
Noi che quando a scuola c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa in tuta.
Noi che a scuola ci andavamo da soli, e tornavamo da soli.
Noi che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, la mamma te ne dava 2.
Noi che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul diario, a casa era il terrore.
Noi che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su Google.
Noi che il ‘Disastro di Cernobyl’ vuol dire che non potevamo bere il latte alla mattina.
Noi che si poteva star fuori in bici il pomeriggio.
Noi che se andavi in strada non era così pericoloso.
Noi che però sapevamo che erano le 4 perché stava per iniziare BIMBUMBAM.
Noi che sapevamo che ormai era pronta la cena perché c’era Happy Days.
Noi che il primo novembre era’Tutti i santi’, mica Halloween.
Noi che a scuola con lo zaino Invicta e la Smemoranda.
Noi che all’oratorio le caramelle costavano 50 lire.
Noi che si suonava la pianola Bontempi.
Noi che la Ferrari era Alboreto, la Mc Laren Prost, la Williams Mansell, la Lotus Senna e Piquet e la Benetton Nannini!!!!!
Noi che la merenda era la girella e il Billy all’ arancia.
Noi che le macchine avevano la targa nera..i numeri bianchi..e la sigla della provincia in arancione!!!
Noi che guardavamo il Drive In con i paninari.
Noi che il Twix si chiamava Raider e faceva competizione al Mars.
Noi che giocavamo col Super Tele perchè il Tango costava ancora 5 mila lire e.. ‘stai sicuro che questo non vola…’
Noi che le All Star le compravi al mercato a 10.000 lire.
Noi che avere un genitore divorziato era impossibile.
Noi che tiravamo le manine appiccicose delle patatine sui capelli e sui muri.
Noi che abbiamo avuto tutti il bomber blu, nero, argento e verde con l’interno arancione e i miniciccioli nel taschino.
Noi che avevamo l’Amiga o il Commodore 64….. mica la Playstation….

NOI CHE SIAMO ANCORA QUI E CERTE COSE LE ABBIAMO DIMENTICATE E SORRIDIAMO QUANDO CE LE RICORDANO.
NOI CHE SIAMO STATI QUESTE COSE E GLI ALTRI NON IMMAGINANO NEMMENO COSA SI SONO PERSI!!!

QUESTA E’ LA NOSTRA STORIA…

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