Donna selvaggia

Una donna selvaggia sa sempre cosa fare

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Ormai è andata

Ormai ha preso la sua strada e se ne sta andando. Io ho iniziato a camminare di nuovo, ma sono caduta. Mi sono fidata, ho abbassato le difese e chi mi era accanto ha colpito nella parte più fragile di me. Ho sanguinato, sanguino tuttora e non riesco a non pensare a chi c’era prima di lui. Un altro modo, un altro mondo ed il bene che resta e non se ne vuole andare. Mi limito a guardare. A non muovere un passo. Mi dico che giungerà anche il mio turno e allora capirò di essere nuovamente pronta a ricominciare. Ora no. Ora sono stanca e ferita. Riposo.

In viaggio..

Un’altra avventura è finita e si torna in viaggio. E’ strano come, nonostante il tuo sesto senso lupesco ti metta in guardia, ci si ostini comunque a buttarsi in imprese impossibili sin dal principio. E’ una dispersione gratuita di energie, eppure, pur sapendo che qualcun altro ci succhia la linfa vitale, scientemente glielo permettiamo. Oramai sono abituata a cadere e rialzarmi. Ho le ginocchia piene di graffi, lividi e cicatrici che quasi non mi fanno più male. Ho paura di diventare insensibile agli altri, di finire per chiudermi a riccio, sola con me stessa. Ho imparato a prendermi cura di me, ad amarmi, a conoscere i miei difetti e, talvolta, anche a bastarmi e questo mi spaventa. Gioisco delle piccole cose, dei piccoli successi e pure delle sconfitte che mi permettono di imparare importanti lezioni. E talvolta penso che ci siano persone che non sono fatte per stare in coppia, che l’altra metà della loro mela è soltanto una parte di loro stessi che ancora non hanno scoperto e che per questo non li fa sentire completi. Forse anch’io sono così. Non ho bisogno di trovare il mio incastro in un’altra persona, sto ancora cercando quella metà di me stessa che manca all’appello. 

Eric Clapton – Old Love

http://www.youtube.com/watch?v=O_j9KEjrY4o

Una lupa col naso in su…

Ormai a chiudere cicli sono un’esperta. Mi lancio nel vuoto come un paracadutista che ignora se il suo paracadute si aprirà o meno. Non mi interessa. Oramai ho imparato a vivere giorno per giorno, momento per momento, scavando nel fondo di una felicità che ha sempre meno il connotato della durata e che si limita ad istanti fugaci, quasi da cogliere al volo perché passano sempre più in fretta. Niente più illusioni, niente più futuro. Solo l’oggi e l’adesso. Che sia il miglior modo per non prendere fregature, per non illudersi che le cose possano andare meglio? Non so… So soltanto che ad oggi ho imparato a mettere le mani avanti, a proteggermi il viso da nuove batoste e così vivo la mia vita. Costantemente col paradenti. Perennemente pronta ad essere delusa da chi si avvicina a me. La lupa che è in me, ha risvegliato i suoi sensi, annusa l’aria e percepisce il pericolo. E’ lei a mettermi in guardia, è lei a dirmi di chi potermi fidare e quanto. Ho imparato a conoscere le persone, a comprenderne al volo gli sguardi e ad anticiparne le mosse. So chi mi abbandonerà, prima ancora che lui stesso se ne faccia ragione. Uno scudo? Una protezione? Un sesto senso? Fatto sta che è così. Le mie peggiori paure sono quelle che oggi tengono i miei sensi accesi, sono quelle che mi permettono di vivere momento su momento, pur sapendo che finiranno presto, con una lucidità quasi disarmante. E’ il lasciarsi andare in maniera controllata, misurando parole, sentimenti, emozioni. Mai dare troppo, mai sbilanciarsi troppo facendosi inebriare da quell’idea di futuro che non ci sarà, perché il tuo sesto senso ti dice che quell’avventura finirà presto. E allora inizi ad archiviare le esperienze, a metterle via, catalogandole tra positive e negative. E così anche i pezzi di te se ne vanno. A poco a poco. E resti lì, a pugni chiusi. Ad un nuovo crocevia, col naso in su pronto ad avvertire se tornerà a piovere…

Odiare… amare…

Quando si comincia a detestare una persona, a non volerla più vedere, a prendere le distanze da ciò che è diventata, si inizia a pensare che le cose siano cambiate. Che non la si ami più, in fondo. E’ una persona diversa da quella che abbiamo amato. Che fa cose orribili e che forse lei per prima vuole essere detestata perché è forse l’unico modo per riuscire ad allontanarci da lei. Io non lo so. Voglio dire, non so come si possa passare da uno stato all’altro. So solo che più penso a ciò che è diventato ora e più lo detesto, più mi fa schifo, più mi vergogno di lui, più non lo riconosco e vorrei prenderlo a schiaffi per farlo rinsavire. Sta distruggendo tutto, ma non di noi, ormai non c’è più un noi e quel che c’era è già finito in un cassetto, ma di se stesso.  E’ diventata una persona orribile, che si serve ad ampie manate dal buffet di ragazze che gli si offrono, senza fermarsi un attimo, usa e poi getta. Mi fa schifo solo l’idea di essere toccata da una persona così. Che di umano non ha più niente, che dietro la scusa del non sapersi innamorare, tiene tutto a distanza e quando ha finito i suoi comodi, ripone le persone in un angolo. Eppur facendomi schifo, nauseandomi, odiando la persona che è diventata oggi, c’è ancora una forma di amore nei suoi confronti, che è data dalla preoccupazione per lui, dal comprendere il suo malessere, quella sua lotta intestina tra più anime. In fin dei conti se in 8 anni di conoscenza è stato in un modo con me, probabilmente quella faccia di lui c’è ancora, era la faccia della serenità, che oggi si è persa chissà dove. Odiarlo, amarlo… c’è allora così tanta differenza?

New blog

Eccomi tornata! Su una piattaforma nuova, non più quella di Splinder, ma grazie ad un angioletto, sono riuscita a planare fino a qui, trovando un posto sicuro al quale poter continuare ad affidare i miei pensieri. Ho rischiato l’infarto quando mi sono resa conto di aver combinato un mezzo casino dal quale pensavo non sarei riuscita ad uscire… mi ero già vista a dover celebrare ufficialmente il funerale virtuale di 8 anni di ricordi, parole e pensieri. E invece no, questi potranno continuare a vivere!

Dire che son contenta, è dir poco!

E’ il tempo…

E’ arrivato quel momento. Quello di dire addio, chiudere la porta per l’ennesima volta e andarsene. E’ il mio testamento del cuore. Stanca di mettere pietre su pietre che alla prima scossa si sgretolano e cadono al suolo. Stanca dei continui sali e scendi emotivi. Stanca di chi non si decide mai perché è più comodo così. Stanca dei soliti egoistici discorsi. Mi fanno male le orecchie. Mi fa male il cuore. Non sono così forte da sopportare questa situazione. Non sono così debole da permettere ad altri di costringermi a sopportare questa situazione. Pensavo fosse amore. Per alcuni, tanti, istanti, ne sono stata convinta, convinta che ad un passo, proprio dietro l’angolo, finalmente, giungesse una decisione che mi arridesse. Non è così. E’ giunto il momento di prenderne atto. Chi si ostina a ripetere che con me in testa non riesce ad iniziare nulla di nuovo, ma si sforza comunque di creare le condizioni perché quel nuovo arrivi, ha già deciso. E non sono io. Non c’è nulla di peggio che essere consci di aver deciso e non volerlo ammettere fuori. E per la seconda volta, chiuderò questa benedetta porta. Costretta nuovamente a far ciò che non vorrei, ma che altri non hanno il coraggio di fare. Diviene ancora una scelta mia, quella di andarmene, perché altri non vogliono fare questa scelta. E non funziona più il “non ti voglio perdere”. E’ già accaduto. E’ già successo. Ed ora che me ne vado in silenzio, mi chiedo se l’assenza si avvertirà o come sempre la “svuotacoscienze” verrà richiamata in caso di bisogno. E non è ciò che voglio. Me ne vado. Lascio il campo, conscia di aver fatto anche troppo, forse proprio per chi non ha compreso quanto sforzo e quanti rospi mi sia costato l’impegno di questi mesi. L’ho fatto perché ci credevo, ma ammetto la sconfitta. Non posso più nulla ora. Solo andarmene.

Mi sto abituando all’idea, ancora non totalmente certo, però sto razionalizzando la cosa. Non è più mio, a quanto dice, probabilmente non lo sarà più, ma quello che ha ribattezzato “l’effetto cometa” ci perseguita. Sono tante le cose che abbiamo fatto insieme, sono tante le cose che ci piacerebbe fare ancora insieme. Nessun legame, lui libero, io pure. Eppure mantenere il distacco non si riesce. Siamo come la calamita con il ferro. Siamo attirati l’uno verso l’altra da una forza che probabilmente solo la ragione riesce a dominare. Il cuore, la pelle, fanno di tutto perché ci incontriamo, ed è un grande sforzo resistere. E allora torna come un boomerang la domanda: perché di fronte a tutto questo non arrendersi? Perché quando si trova l’esatto completamento del proprio quadro, quel tassello perfetto che fa sì che l’immagine si ricomponga, si va a cercare altro? Paura? Confusione? Ci sono persone che cercano per una vita qualcuno che calzi loro a pennello e non la trovano e chi l’ha trovato, ci rinuncia per paura di saltare nel vuoto. Lo vedo confuso, come il giorno in cui ci siamo lasciati. Siamo stati separati per mesi eppure, quando ci siamo ritrovati era esattamente come il giorno prima che ci lasciassimo, funzionava tutto e noi eravamo gli stessi di allora. Immaturo dicono. Spaventato dico io. Paura di perdere, di essere abbandonato, paura che tutto finisca. E io, la persona che per sei anni è stata il suo punto di riferimento ci sono ancora. La persona che – a detta sua – dopo la sua famiglia, è quella più importante nella sua vita. L’amica, l’amante, la confidente e quella che probabilmente lo conosce e lo capisce più di chiunque altro. Oggi non so più cosa sono. Sono quella che ancora lo attrae, quella con la quale parla di ciò che gli accade, persino delle conquiste che fa, sono quella che guarda negli occhi e si commuove, quella che gli spiega l’amore anche se non lo pretende per sé. Sono l’unica che lui ascolta e che più di ogni altra gli augura di trovare la sua strada. Una compagna d’avventura o forse il solo rapporto sincero che abbia e del quale non possa aver paura perché sa di essere al sicuro…
Ecco, sono una specie di casa col tetto in cristallo: può guardare il cielo sentendosi al sicuro.

Un giorno come tanti

Oggi è uno dei tanti giorni o un giorno come tanti. Quando, finito il solito lavoro, mi fermo e il mio cervello inizia a macinare. Complice la musica. Perché in fondo, non riesco mai a stare senza di lei. Probabilmente quell’amore che non ha bisogno di essere ricambiato, ma solo contemplato, apprezzato in quello che è. Una sorta di orologio che batte non solo il ritmo, ma anche la vita e ne diventa colonna sonora, parte integrante della vita stessa e con essa tesse un sottile filo rosso che penzola per sempre. Ecco perché quando riparte, tornano, epurati di distrazioni, di farneticazioni varie, i ricordi cui essa è legata. Che potere che ha. E quando la musica fa parte della tua vita, è difficile separarsene. C’è sempre un juke box interno pronto a ripartire, anche se tutto intorno è silenzio, anche se c’è rumore assordante. Io ho imparato ad estraniarmi da tutto. Ad evocare la mia colonna sonora che, come una sorta di diario, mi restituisce le pagine della mia vita che stavo rileggendo, esattamente nel punto in cui le avevo lasciate. E’ la mia vita, è il mio modo di affrontarla. Con le cuffie nelle orecchie a muovermi come mi sento, a rispondere a me di ciò che faccio. 

Carnevale e le befane mascherate

E anche il Carnevale è andato. Con i suoi colori, le castagnole e con le feste in maschera. Ecco. Appunto. Ve lo devo confessare, mi ci hanno trascinato per la prima volta. Ogni single che si rispetti ha una cerchia di amiche brasate mentali che attendono questo evento per scatenarsi. Che poi c’è gente, ho scoperto, che lavora per mesi al costume: impiega lo stesso tempo, per confezionarsi l’abito, dei ragazzi che costruiscono i carri per il Carnevale di Gambettola, c’è tutta una roba dietro di studi ingegneristici che mango per spedire una navicella in orbita ci si mette tanta perizia. Io da neofita mi sono limitata ad un sobrio travestimento da Minnie: manone frutto di sbaganate al McDonald (te le davano con l’Happy Meal), cerchietto con le orecchie (vedi sopra) e nasino tinto di nero. Le mie amiche sono più pratiche del mestiere. La Molly, un tronco di donna di 120 chili per un metro e 85 di bontà, s’è travestita da orecchio. Proprio lei che non sente un tubo. Le avevo suggerito di applicare al mega-lobone anche un apparecchio acustico… ma non ha voluto sentire storie, dice che avrebbe dato troppo nell’occhio. Al massimo nell’orecchio, le ho risposto io. Lina, altro peso massimo, ma alta come Magalli con la coscia tornita alla Gattuso, si è travestita da pic-nic: tovaglia a quadrettoni bianca e rossa a mo’ di abito e piatti e bicchieri di plastica, incollati qua e là. In pratica si è apparecchiata addosso. Ad un certo punto della serata, un tizio le si è avvicinato, e le ha chiesto in romanesco: “Aho, te sei magnata proprio tutto?!” Lei per tutta risposta, gli ha tirato una serie di papagne ai reni, col cestino in vimini e ha aggiunto: “E quand’ho finito di dartele, ti faccio pure il conto!”. La Mony si è vestita invece da Cappuccetto Rosso, solo che al posto del cacciatore ha trovato il lupo e si è così tanto calata nel personaggio che… non è ancora uscita dalla tana!

Se fossero state condizioni diverse?

Una domanda mi tormenta in questi giorni, sapevo sarebbe successo, me lo sentivo dentro e quando ho letto il suo messaggio mi sono detta “lo conosco troppo bene, sapevo che l’avrebbe fatto” e ora sono qui a chiedermi se la condizione fosse stata diversa, ovvero se non si fosse presentata l’occasione, se non si fosse dovuto operare, se l’avrebbe fatto ugualmente. E la risposta che mi do è una soltanto. NO. Voleva parlare con qualcuno, si sentiva solo, aveva bisogno di supporto morale, lo stesso che tante volte gli avevo dato. Ecco perché mi ha cercato. Non l’avrebbe fatto se non avesse avuto bisogno. Però una parte di me vuole ancora credere che se l’ha fatto, se ha preso il telefono in mano, ha composto il messaggio e me l’ha inviato, ci ha dovuto pensare. Non è stato un raptus, né un’occasione, come poteva essere prima che troncassi ogni contatto. E’ stata una cosa meditata. Ma non aveva altra scelta? Nella miriade di conoscenze che ha fatto in questo periodo, in questi 5 mesi, ha pensato a me, alla persona che meglio lo conosce, per chiedere sostegno. Ed è ricominciato il sali e scendi emotivo, quella tempesta di dubbi, di pensieri e di ricordi che affollano la mia testa e non mi abbandonano un secondo. Cerco di scrollarmi di dosso i dubbi, credo di esserci riuscita ed ecco una nuova ancora che mi arena al fondale e mi blocca. Un macigno che continua a trascinarmi giù, in un abisso che sembra non finire mai e divenire sempre più buio. E nel rutilare di pensieri mi viene voglia di vederlo, di chiamarlo, di informarmi sulle sue condizioni. Ma poi mi dico che, ancora una volta, se mi pensa, se prova ancora qualcosa che lo trattiene e lo lega a me, deve essere lui ad avere la forza di fare il primo passo. Poi ci ragiono sopra ancora una volta e mi rendo conto che non lo farà. Non oggi, non ora e non a breve. Sempre che lo faccia. E allora, mi chiedo ancora, cosa sto facendo? Lo sto aspettando? Sto sperando che provi ancora qualcosa per me e questo lo induca a tornare sui suoi passi? E’ davvero finita? E se è finita davvero, perché nel momento del bisogno cerca me? Un nuovo atto di egoismo? Possibile che non ci pensi? Possibile che non si sia fermato un istante a pensare all’effetto che le sue parole fanno su di me?
Sono forte, ma non così tanto.

Paletta scarpetta: ovvero come il mito di Cenerentola diventa “affare di cucina”

Oh mamma mia! All’idiozia davvero non c’è proprio limite. E dire che c’è pure gente che studia anni e anni e anni, che esce con fior fior di lauree e master e pure un “limone” accademico (qualcosina in più del classico bacio dal rettore). Eppure le invenzioni farlocche sembrano non esaurirsi mai. L’altro giorno mi ha chiamato la Lina, la mia amica infoiatissima per tutto quello che è il mondo della cucina. Lei non ha il robot da cucina Mulinex, lei ha Robocop che le fa direttamente da mangiare e le lava pure i piatti. Insomma tutta eccitatissima mi fa: “Hai saputo la novità? Guarda, l’ho dovuta subito ordinare su internet perché non potevo non averla…” Ed io ad immaginarmi qualche cacchio di diavoleria importata da Katmandu o da qualche paese da quelle parti, per alleviare la vita di ogni brava azdora che si rispetti. E lei continua la stura: “Si tratta di una palettina per i dolci…” E intanto io mi siedo e mi preparo per l’annuncio, perché qualcosa di vagamente diabolico o palesemente bislacco, sento che mi attende. “Dovresti vederla, è così carina… E’ tutta rosa… ed è… (tandadadaaaaan!) a forma di scarpa con tanto di tacco…” Fortuna, mi dico, che sono già seduta! “Costava appena 17 euro, proprio una cavolata, ma pensa che figura che ci faccio quando vengono ospiti…” Ok, alt. I criceti del mio cervello si bloccano di colpo, mi sta venendo un coccolone. Orsù ditemi: come può essere carino servire, chessò una torta alla frutta con tutto un lavoro di ghirigori con i chicchi di uva e le fettine di arancio, facendo le fette con una scarpa, tenendola per di più per il tacco? Come se il principe di Cenerentola, anziché andare per tutto il regno alla ricerca della sua amata, avesse usato la scarpetta di cristallo per tagliare la torta Margherita.

 

Questioni di spazio

Mi sto rendendo conto mio malgrado di una cosa, ovvero che per quanto una persona la si possa reputare importante, impossibile da dimenticare, quasi imprescindibile per il proseguo della propria vita, in realtà si è lontani dalla verità. E la verità è che, trascorso quell’istante, che può durare anni, mesi o solo poche settimane, od una manciata di giorni, potrà sempre sopraggiungere qualcun altro a prenderne il posto. Ed allora la sensazione di “non poter vivere senza…” svanisce. La sensazione che prende la bocca dello stomaco, quella specie di tappo invisibile che ti rende impossibile ingurgitare qualsivoglia cibo, quel tarlo in testa che non ti lascia dormire, quella stretta che ti fa piangere e che sembra un’ossessione destinata a non abbandonarti mai più, man mano affievolisce, finchè un giorno non sparisce completamente.

Sono solo parole ipocrite quelle che si pronunciano quando si dice che nessuno prenderà mai il tuo posto, nessuno sarà mai come te, perché ci sarà certamente qualcun altro che lo farà. Che sia il “chiodo scaccia chiodo”, poco cuore e molto fisico, oppure una sbandata di quelle da far battere il cuore, come se volesse prendere via, magari sarà qualcuno che non terrà lo stesso spazio, sarà più ingombrante o più leggero, più impegnativo o più libertario, ma andrà ad occupare il tuo posto.

E lo troverà di nuovo in ordine, come se prima del suo arrivo, non fosse mai stato occupato.

E non ci puoi fare niente.

Persone speciali

Quando hai la certezza che chi ti è accanto non permetterà che ti accada nulla di male, né che ti manchi mai nulla, perché pur lasciandoti andare non ti perde mai d’occhio;

quando ti ripete che ti vuole bene e conosce il momento esatto nel quale hai bisogno di sentirtelo dire;

quando chi hai vicino ti guarda negli occhi e sa che stai trattenendo una lacrima, ma ti aiuta ad asciugarla con un sorriso;

quando chi ti sta accanto, sceglie di farlo non nei momenti vuoti, ma in quelli da vivere e sceglie di farlo con te, perché non sarebbe la stessa cosa;

quando sai che non hai bisogno di parlare perché il tuo cuore e il suo comunicano nel silenzio;

quando sei felice perché chi ti sta accanto lo è;

quando sai che chi ti è accanto non ti giudica, ma ti accetta per quel che sei, per la tua malinconia, per i sorrisi, per i consigli, per la testardaggine, ed ama i tuoi errori perché sa che è da quelli che hai appreso e sono quelli che ti hanno reso la persona che sei;

quando anche il tempo vola ed esci di casa sua che è già mattina e sai che qualcuno ha vegliato sui tuoi sogni;

quando tutti i pensieri svaniscono e incontri la felicità in un abbraccio;

quando basta poco per trasformare un momento “normale” in un momento speciale da immortalare in una foto che conserverai nella memoria per tutta la vita…

allora sai che chi ti è accanto è davvero una persona speciale ed è speciale perché rende tale anche te.

Per grazia ricevuta

Ci pensavo ieri sera, mentre mi preparavo ad andare a letto. Pensavo a quante volte si dà per scontato l’affetto per qualcuno, il fatto che quel qualcuno sarà sempre ed in maniera incondizionata al nostro fianco, sarà disposto ad accettare ogni nostro comportamento, ogni nostro cenno, come una sorta di grazia ricevuta dal cielo. Mai errore più grande. E forse è per questo che non passa giorno nel quale non dica alle persone che ho attorno quanto bene voglio loro, glielo dimostro concretamente, ma glielo dico, cerco di ricordarglielo perché mai pensino che li dia per scontati. Non è un favore quello che mi fanno, a starmi accanto, non è perché non hanno nulla di diverso da fare che mi ascoltano e mi dedicano il loro tempo, ma è perché mi vogliono bene. Si arrabbiano, mi sbattono in faccia la realtà non per ferirmi, ma perché temono che mi faccia del male. E questo è amore.

Bisogna avere il coraggio.

Il coraggio di esporsi, il coraggio di dire ciò che si prova perché potrebbe non esserci una seconda possibilità, una seconda occasione per farlo. Il tempo passa, inesorabile, i giorni si ammassano l’uno sull’altro, le priorità cambiano così come le persone. Tutto quello che possiamo fare è bloccare quell’istante, cogliere l’occasione per dire ciò che proviamo prima che quel momento passi. Perché passerà e non saremo più gli stessi.

Bisogna avere il coraggio di alzarsi in piedi e ammettere ciò che si prova, anche se si ha paura di essere respinti o di perdere di nuovo. Anche se si teme ciò che accadrà dopo, perché potrebbe voler dire mettere in gioco se stessi e lanciarsi nel vuoto. Da quel vuoto potrebbero spuntare due mani pronte ad afferrarci e a non lasciarci cadere. Una rete anticaduta fatta di affetto vero, fatta di sentimenti sinceri, che sai ci sarà in ogni momento della tua vita.

La paura è quella di perdere se stessi, di smarrirsi. Ma se non si intraprende alcun viaggio, se non ci si alza in piedi, l’avventura che si perde è ancora più grande. E non si rischia di smarrirsi, ma si perde la possibilità di ritrovarsi negli occhi di qualcun altro.

Bisogna avere il coraggio di vivere ogni istante, anche sapendo che è solo una parentesi, perché è un istante rubato ma che ci fa sentire vivi.

Io ho amato, con tutto il cuore. E ho perso, con tutto il cuore. Ma tornassi indietro, pur sapendo quanto di me ho dato, pur sapendo quanto ho messo in gioco e ho perso, so che ripercorrerei le stesse strade, so che farei le stesse cose, perché in quelle c’era il mio cuore, c’era il mio mondo e il mio modo per dimostrare a chi avevo accanto quanto a lui tenevo. E non ci possono essere rimorsi né rimpianti, quando a motivare le nostre azioni c’è l’amore, in ogni sua forma. Non voglio che trascorrano più momenti senza dimostrare a chi ho vicino quanto gli voglio bene, non voglio smettere di dirlo perché il giorno in cui dovessi smettere, potrebbe essere quello nel quale chi amo potrebbe averne più bisogno di sentirselo dire. E non voglio che questo accada.

Ken Tvb

Raga, sto giro abbiamo svoltato di brutto. Risolti i problemi di autostima e di solitudine. C’è chi ha pensato a noi. Passando per le nostre pupe. L’altro giorno è arrivata la Milly, mamma modello di una cucciolotta di 5 anni, Anita, che m’ha dato la notizia. E’ arrivato Ken Tvb. L’eterno fidanzato di Barbie in edizione 2011. Quel belloccio coi capelli impomatati con la riga da una parte ed il fisico di un bronzo di Riace – fuorviante un aspetto così perché in natura non se ne trovano, ve lo garantisco – si è rifatto vivo. Ed è tornato alla grande. In pratica premendo il cuore sulla maglietta, parte un registratorino che il bel tomo di plastica ha internamente. E puoi incidere frasi d’amore che Ken ripeterà fino allo sfinimento cardiaco, con la sua voce. O meglio, ci sono tre modalità: sulla schiena, al posto del pulsantone che una volta gli faceva muovere il braccio come se ti mandasse a quel paese, ci sono tre tastini fighissimi: uno gli fa ripetere la frase a voce alta, uno con la voce di Ken oppure con la voce di chi registra. E’ il sogno di ogni donna. Un uomo che dice esattamente quel che ci vogliamo sentir dire ed esattamente quando ce lo vogliamo sentir dire. Tipo che in una giornata in cui abbiamo la faccia come quella di un boxer, con le borse degli occhi che ci arrivano sotto il mento, ci vogliamo sentire le gnocche più stragnocche del pianeta, basterà registrare un messaggino genere “sei bellissima” ed eccoti là la tua dose di autostima. Inizio a dubitare che Ken Tvb sia stato prodotto per le pulzelle in età infantile. Certo è che così abbiamo risolto i problemi di autostima delle future donne italiane e pure delle attuali single in fase depressiva. Come cantava Carmen Consoli? “Voglio un amore di plastica”? Eccoti servito il Ken.

 

Ciao, come stai?

Ciao, come stai? Io, in questo preciso istante abbastanza bene. Ma non va sempre così. Ormai sono portata a dare un riferimento temporale ai miei stati d’animo, perché cambiano in maniera repentina, basta un niente.
Sai, mi manchi. E’ strano, dal momento che pur stando spesso lontani, mi ero abituata alla tua assenza. Mi sono abituata pur avendoti con me, a fare come non ci fossi, me la sono sempre cavata bene. Per questo da me, in questi mesi, non è mai uscita una frase del tipo “come faccio senza di te?”, perché io, senza di te, ce la faccio benissimo. Ce l’ho sempre fatta.
Forse è questa la differenza tra il nostro rapporto ed altri: io non stavo con te perché “avevo bisogno”, ma perché ti amavo. Non avevo bisogno di te per andare avanti, ma perché volevo te accanto, testimone della mia vita. Ed è questo che forse rende più difficile chiudere. Non il bisogno, ma la scelta di volere qualcuno accanto, testimone della nostra vita, dei nostri successi e pure delle nostre sconfitte. “Nella buona e nella cattiva sorte ti starò accanto”, questo il senso della frase che pronuncia il prete agli sposi…
Di te cerco di parlare meno che posso, i ragazzi non mi vogliono vedere soffrire, li capisco perché a me tengono davvero tanto, ma allo stesso tempo mi fa male non poterne parlare senza sentirmi impotente di fronte a qualcosa che non finisce, che non vuole smettere. Pensarti, amarti, sognarti, sentirti vicino anche se non ci sei, avere ricordi e un filo rosso che mi stringe la gola ogni volta che parte una nota. Quando mi parlano, mi fanno sentire incapace di ribellarmi a qualcosa che mi controlla. E mi sgridano, e tanto. Perché sei tu ad aver perso qualcosa di speciale. Non io. Dicono. Io sono convinta che noi, insieme, eravamo qualcosa di speciale. Ci sto provando a chiudere ma fa male perché quel che sento non accenna a diminuire e in certi momenti è come se avessi un laccio al collo che mi impedisce di respirare. Sei un tarlo che alle 6 mi sveglia ed eccoti lì che mi sorridi e mi dici che andrà tutto bene. Davvero? Ti chiedo io… Ma tu non rispondi mai.

Lo sciopero della Patata

In Belgio sì che sono avanti. Hanno indetto lo sciopero della patata. In tutti i sensi. Sia la patata fritta, pietanza nazionale del paese, sia quel bell’oggettino che tanto attrae il popolo masculo. Per convincere il paese a dotarsi di un governo, per recuperare una politica alla deriva, una senatrice – è notizia di qualche giorno fa – ha invitato le donne a non fare più l’amore coi loro fiammingo-boys. Per la saga del prima il dovere, poi il piacere, si chiude fino a crisi risolta. Non si ciula se non si ricompone il paese, via, e tutti i politici vengono spediti da mogli, amanti e fidanzate a negoziare sul come ricomporre la situazione. E dato che c’è sempre chi non capisce, i belgi che sono furbi come delle faine hanno voluto tagliare la testa al toro da monta, e cos’hanno pensato? Hanno indetto pure lo sciopero della patatina fritta, ovvero l’astinenza dalla pietanza nazionale. Metti che uno non capisse a che patatina ci si riferisse… La patata insomma è tabù. Che poi in Belgio, i simboli sono la birra, la patatina e la cozza, ma su quest’ultimo elemento nessuno si è ancora espresso, c’è caso che se la crisi dovesse peggiorare ulteriormente possa essere coinvolta. Ve lo immaginate lo sciopero della cozza? Un’astensione al contrario magari, una sorta di epifania cozzereccia… Ad avere questa bella idea, ci ha pensato la fiamminga, senatrice e ginecologa, Marleen Temmerman, che ha guardato quel che era successo in Kenia: i movimenti femministi avevano convinto le mogli dei diplomatici locali a indire lo sciopero del sesso per stimolare i loro uomini a sbloccare una situazione d’impantanamento politico. In una settimana di zero ciupa-dance, è stato raggiunto l’accordo. Niente sesso. La politica va a gonfie vele. E l’unico a godere è il Paese… Ah. Ecco. Ora si spiega tutto.

 

Desideri che si avverano

Ha ragione Rita quando dice che in un modo o nell’altro, la vita si mette in pari. Si tratta solo di fare attenzione alle sfumature. C’è sempre una specie di pena di contrappasso dietro l’angolo. Guarda il suo ex. Suonatore di theremin, un marchingegno inventato da un masochista che emette suoni diversi a seconda di come e quanto uno muova le braccia. Mirco è, in pratica, un brasato che fa gestacci sul palco con le braccia, come se dovesse far atterrare un Boing 747 tra i tavolini del pub. Si dice un genio della musica incompreso talmente tanto da arrivare ad autoprodursi e pure ad autocomprarsi i dischi, dato che neppure i suoi famigliari si azzardano. E’ un animale notturno. Quando erano insieme erano più le volte che si trovavano sul pianerottolo che a letto, dato che Rita lavorava tutto il giorno e rincasava la sera, mentre lui si trastullava tutto il giorno e la sera usciva. Era un amore da porta girevole: una entrava e l’altro usciva. Poi un giorno qualcosa si è rotto, lui ha voluto riacquistare la sua libertà e tentare non si sa quale svolta (artistica) evolutiva e l’ha piantata. Sul pianerottolo. (Dove altro?!) Dopo il dramma iniziale, Rita si è riorganizzata, come è solita fare del resto, tra un impegno e l’altro ha ripreso il suo solito tran tran. Ha pianificato anche lo sconforto settimanale: concesso solo il mercoledì in concomitanza con il filmetto romantico che sistematicamente la fa frignare. Lui, invece, il Gran Visir di tutti i viveur, il Barone Rampante della cuccata free, è in sbattimento all’ennesima potenza. Chiuso in casa come un eremita, alle 21 è già a letto, come i pensionati. In più la sogna. Tutte le notti. Si sveglia tra urla, tachicardia e sensi di colpa. Una volta l’ha pure detto a Rita che l’ha guardato con lo sguardo comprensivo di un boia al patibolo e gli ha detto: “Volevi la bicicletta, adesso pedala!” Come dire, occhio a desiderare qualcosa, c’è il rischio che quel qualcosa, arrivi.

 

Non so come…

Forse c’è un modo, un modo che non conosco. Ma c’è da qualche parte. Un modo per non stare male. Per imparare a non legarsi, per imparare a far scivolare addosso i “no”, i rifiuti o i cambi di percorso quando finalmente quel percorso cominciava ad essere pianeggiante, non in salita, né in discesa, solo pianeggiante. Quel tanto che basta per riprendere fiato, quando in te corre la sensazione di aver superato l’ostacolo e in questo c’è soddisfazione, malgrado tu abbia pienamente coscienza del fatto che presto se ne ripresenterà un altro. Non scendere in pista, mai, per nessun motivo, forse è questo il trucco. Lasciarsi vivere, restandosene perfettamente se stessi, senza mai concedere nulla di più se non la propria presenza. Forse è questo il trucco. Eppure ci sono stati momenti nei quali ci siamo toccati profondamente, nei quali guardandoci negli occhi capivamo che eravamo già parte l’uno dell’altra e che non avremmo più avuto bisogno di nulla perché già in quegli occhi – e in quelle profondità – avremmo trovato tutto ciò di cui avevamo bisogno per nutrirci. Soffri, ma sorridi abbracciando un’altra persona. “Nessuna mai come te” m’hai detto una volta. Forse è vero. Non c’è nessuna come me. Ma ciò non ha fatto la differenza. La mia unicità non ha fatto differenza ed anch’io ti sono scivolata via di dosso, come la pioggia dall’ombrello. E sono finita a terra. Consapevole del fatto che questa presunta sofferenza, ti passerà presto, nemmeno te ne renderai conto, se poi non ti è già passata, perché in fondo tutto ti scivola addosso. E’ sempre stato così. Solo se provocato e punto nell’orgoglio, reagisci. Ma non c’è nulla che turbi i tuoi passi, nulla che valga veramente la pena per farti alzare quel culo e cominciare a lottare. Neppure l’amore che dici di provare, quella passione che t’accende e senza la quale non vivresti. Non sono io. E’ la tua musica. Nemmeno per lei ti sacrifichi, nemmeno per lei ti lanci nel vuoto. Tanto, a te, tutto accade. E’ sempre stato così. E forse è questo il tuo male. Non hai mai avuto bisogno di cercare la fortuna o di impegnarti, perché le occasioni bussano alla tua porta. A te la scelta se aprire o chiuderla. E se va male, pazienza. Un’alzata di spalle e via di nuovo senza pensarci troppo su. E con me è stato lo stesso. Forse qualche lacrima, forse qualche incubo e lamento, ma poi via ancora. Mi chiedo quanto valore possano avere gli altri per te, se non sono degni neppure del tuo sforzo… Mi chiedo come fai a non dare nulla di te…

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